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Piatti “usa e getta” compostabili, gli impianti toscani non riescono a smaltirli

La legge regionale ha spinto verso l’uso delle bioplastiche, ma non siamo per ora in grado di trattarle. E tra due anni saranno messe al bando in Europa

Non è tutt’oro quel che luccica e sulle stoviglie usa e getta compostabili abbiamo forse preso un abbaglio. Chi di voi ha iniziato ad acquistare piatti, bicchieri e posate fatte con plastiche di origine vegetale e biodegradabili, quelli che “vanno nella raccolta dell’organico”, convinto di comportarsi in modo ecologico, dovrà probabilmente ricredersi. Cos’è che non va?

GLI IMPIANTI
Non sono pronti, a quanto pare: secondo le segnalazioni giunte alla redazione da due fonti qualificate, gli impianti toscani che trattano rifiuti organici hanno difficoltà: non riescono in molti casi a compostare le stoviglie compostabili. Alla fine del ciclo, restano grossi grumi perché piatti e bicchieri non sono stati degradati. Per farlo, sembra, servirebbero tempi più lunghi, ma questo metterebbe in crisi il ciclo di compostaggio dei rifiuti organici.

LA CONFUSIONE NELLA RACCOLTA
Non tutti i consumatori sono in grado di distinguere un piatto di plastica da uno compostabile. Il risultato? Ci sono stoviglie usa e getta “vecchia maniera” che finiscono nei cassonetti dell’umido e quindi negli impianti di compostaggio, viceversa i piatti compostabili si possono ritrovare nel multimateriale. Un problema in più per il corretto funzionamento degli impianti.

LA LEGGE REGIONALE E LA DIRETTIVA UE
Il problema è che la quantità di stoviglie usa e getta compostabili sta aumentando rapidamente: anche per l’effetto della recente legge regionale approvata ad ampia maggioranza dal consiglio toscano, che ha messo al bando le stoviglie di plastica nei locali lungo le spiagge, nei parchi, nelle fiere e negli eventi finanziati da enti pubblici. L’alternativa, a cui hanno fatto ricorso per esempio gli stabilimenti balneari, sono posate, bicchieri, piatti e cannucce in plastiche compostabili. Ma anche i prodotti monouso fatti con questi materiali, secondo la direttiva europea sulle plastiche monouso, dovranno essere messi al bando entro la metà del 2021. E perché l’Europa non li salva?

I MARI
Una plastica, per definirsi “compostabile”, deve essere biodegradabile al 90% entro sei mesi, frammentabile al 90% in piccoli pezzi entro tre mesi, il tutto senza danneggiare il processo di compostaggio. Già, perché stiamo comunque parlando di uno smaltimento industriale: una stoviglia compostabile, se finisce in mare, non si biodegrada in tempi rapidi, e provoca effetti inquinanti non molto inferiori alle altre plastiche di origine fossile.

QUALCOSA NON TORNA
Insomma la legge regionale ha l’effetto di spingere per la commercializzazione di prodotti che entro due anni dovranno essere comunque tolti dal mercato, che mandano in tilt gli impianti di compostaggio e che, se dispersi in mare, hanno comunque un impatto ambientale. Siamo sicuri che sia la strada giusta?

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