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“La mia azienda chiede la cassa integrazione e poi fa lavorare i dipendenti”

Il caso in provincia di Firenze raccontato da Fabio: “Ma non voglio colpevolizzare la mia ditta”. La Cgil: “E’ frode allo Stato”

Fabio lavora in una piccola azienda nella provincia di Firenze, travolta come tante dall’emergenza coronavirus. Con il lockdown la ditta, per la prima volta, è costretta a chiedere la cassa integrazione, intorno al 20 di marzo. Ai dipendenti viene chiesto di lavorare solo un giorno a settimana, in ufficio. Ma in realtà Fabio collega il proprio computer di casa ai server aziendali e lavora anche dalla sua abitazione: ci sono inombenze urgenti da sbrigare e lui non può sottrarsi. Fabio immagina che quell’attività venga considerata “telelavoro” dal suo datore, ma non è così. Quando riceve la busta paga, si accorge che è stato pagato solo per il giorno a settimana in presenza in ufficio: le ore di lavoro da casa non sono state conteggiate né tantomeno retribuite, e sono state coperte dalla cassa integrazione. “Non voglio colpevolizzare l’azienda – dice però Fabio – abbiamo tutti vissuto una situazione in cui nessuno sapeva come comportarsi”. Decisamente più dura Paola Galgani, segretaria della Cgil di Firenze, che ha commentato la vicenda con parole nette: “Chiamiamo le cose con il loro nome: questa è una frode allo Stato, a chi paga le tasse”.

Ascolta la storia di Fabio e il commento di Paola Galgani dai trenta minuti di cronaca.

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